Controversie per tributi: i benefici del reclamo e della mediazione

Per le controversie di valore non superiore a 20.000 euro il contribuente è tenuto ad esperire il procedimento di reclamo o mediazione: recentemente questa possibilità è stata estesa a tutti gli atti di Enti impositori, Agenti della riscossione e soggetti privati abilitati ad effettuare attività di liquidazione e di accertamento dei tributi, nonché di riscossione dei tributi e di altre entrate delle Province e dei Comuni.


Inoltre, per gli atti notificati a partire dal 1 gennaio 2018 il valore delle controversie per cui accedere al reclamo o mediazione, sale da 20 mila a 50 mila euro.
Il reclamo/ricorso deve essere proposto entro 60 giorni dalla notifica dell’atto e non prima di 90 giorni dalla richiesta di rimborso del contribuente.
A quel punto si apre una fase amministrativa della durata di 90 giorni durante la quale le attività di riscossione delle somme dovute sono sospese.
Cosa succede a quel punto?
1) In caso di accoglimento parziale del reclamo, previa rinuncia al deposito del ricorso con riguardo ai motivi non accolti, il contribuente è rimesso in termini per ottenere eventualmente la riduzione delle sanzioni;
2) in caso di accoglimento totale del reclamo, il contribuente beneficia della riduzione delle sanzioni amministrative nella misura del 35 % del minimo previsto dalla legge.
Non sono dovuti sanzioni ed interessi per le somme relative a contributi previdenziali ed assistenziali.
Nel caso di mediazione, l’iter si conclude:
1) per le controversie aventi ad oggetto un atto impositivo o esattivo, con il versamento, entro il termine di 20 giorni dalla data di sottoscrizione dell’accordo, delle somme dovute, ovvero della prima rata;
2) per le controversie aventi ad oggetto la restituzione di somme al contribuente, con la sottoscrizione di un accordo, nel quale sono indicate le somme dovute, i termini e le modalità di pagamento.
Ci sono invece delle controversie che rimangono comunque escluse. Quali?
Si tratta delle controversie di valore indeterminabile, fatta eccezione per quelle aventi ad oggetto gli atti catastali concernenti, tra l’altro, il classamento dei terreni, la consistenza, il classamento delle singole unità immobiliari urbane e l’attribuzione della rendita catastale, nonché gli atti diretti al recupero di aiuti di Stato dichiarati incompatibili dagli Organismi europei.
Esclusi dalla mediazione ma non dal reclamo, sono gli atti in materia di contezioso doganale che hanno per oggetto tributi costituiti da cosiddette risorse “proprie tradizionali”, ad esempio, i dazi doganali.

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21 agosto: proroga anche per gli autonomi

Ieri il Ministero dell’economia e delle finanze ha annunciato che la proroga dei versamenti delle imposte al prossimo 21 agosto, con applicazione della maggiorazione dello 0,40%, è allargata anche ai lavoratori autonomi.


In questo modo imprenditori e autonomi avranno 21 giorni in più rispetto al termine ordinario del 31 luglio 2017 per effettuare il versamento maggiorato del saldo 2016 e della prima rata dell’acconto 2017.
In particolare si tratta dei versamenti relativi a:
– la dichiarazione dei redditi (Irpef/Ires/imposte sostitutive),
– la dichiarazione Irap
– la dichiarazione in materia di imposta sul valore aggiunto (saldo Iva).
Continua l’incertezza per i contributi INPS degli artigiani e commercianti dovuti sulla quota di reddito eccedente il minimale. Anche se non esplicitata ieri, la circolare INPS 104/2017 ha precisato che “i contributi dovuti sulla quota di reddito eccedente il minimale devono essere versati alle scadenze previste per il pagamento delle imposte sui redditi”. La proroga, quindi, dovrebbe valere anche per questi versamenti contributivi.
Lo stesso dicasi per il versamento del diritto annuale, atteso che esso deve avvenire nelle medesime scadenze delle imposte dirette.
Il Ministero ha annunciato un nuovo decreto con cui verrà prorogato al 31 ottobre 2017:
– il termine per la presentazione della dichiarazione dei sostituti d’imposta (modello 770)
– il termine per la presentazione delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di Irap. A rigor di logica il nuovo termine dovrebbe valere anche per le imprese soggette al nuovo principio della derivazione rafforzata che già beneficiano della miniproroga al 16 ottobre.

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Affitto d’azienda e rischio di essere una società di comodo

Una società che sottoscriva un contratto con cui consegna ad altro soggetto l’unica azienda in affitto e per un canone eccessivamente basso potrebbe essere considerata una società di comodo cui verrebbe applicata la disciplina delle società non operative.


Così si è espressa di recente la Corte di Cassazione, che ha sottolineato come per non essere considerata di comodo, la società debba dimostrare un canone ragionevole. Cosa significa?
Nel caso affrontato dalla Cassazione, significa che il canone è stato ritenuto particolarmente incongruo a fronte della “plateale antieconomicità” delle spese di ristrutturazione sostenute per la struttura alberghiera oggetto di affitto. Dunque, se il canone fosse stato equo in relazione al complessivo investimento, la società non sarebbe risultata di comodo, indipendentemente dal conseguimento o meno dei ricavi minimi.
La sentenza osserva che la disciplina di non operatività è un elemento sintomatico della natura di non operatività della società, spettando, poi, al contribuente fornire la prova contraria e l’esistenza di situazioni oggettive e straordinarie, specifiche ed indipendenti dalla sua volontà, che abbiano impedito il raggiungimento della soglia di operatività e di reddito minimo presunto.
Le società dunque devono valutare bene quando sono di fronte a una simile eventualità. Per comprenderlo ancora meglio basti sottolineare che la Cassazione ha ripreso la nozione di “impossibilità” già richiamata in precedenti sentenze, nozione che va intesa non in termini assoluti quanto piuttosto in termini economici, da riferirsi alle effettive condizioni del mercato. Quindi, se il mercato offre un canone di locazione per un immobile del tutto inadeguato rispetto alla potenziale redditività dell’immobile, l’immobiliare potrebbe decidere di non locarlo: questa non sarebbe qualificabile come sua scelta ma piuttosto come una causa di forza maggiore imposta dal mercato.

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Terzo settore: cosa cambia con il nuovo Codice?

A seguito della recente riforma della normativa sul terzo settore, è previsto un apposito registro cui gli enti e le associazioni possono iscriversi. In questo caso il Codice del Terzo Settore prevede una serie di obblighi da rispettare.


Innanzitutto bisognerà mettere mano agli Atti Statutari degli enti già cosituiti. L’atto costitutivo debe infatti indicare obbligatoriamente una serie di clausole: l’assenza di scopo di lucro, le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale perseguite, l’attività di interesse generale che costituisce l’oggetto sociale, il patrimonio iniziale ai fini dell’eventuale riconoscimento della personalità giuridica, le norme sull’ordinamento, l’amministrazione e la rappresentanza dell’ente, i diritti e gli obblighi degli associati, i requisiti per l’ammissione di nuovi associati e la relativa procedura  secondo criteri non discriminatori, coerenti con le finalità perseguite e l’attività di interesse generale svolta, le norme sulla devoluzione del patrimonio residuo in caso di scioglimento o di estinzione.
Gli enti che si riconoscono nel terzo settore dovranno integrare nella loro denominazione sociale l’acronimo ETS, così come le organizzazione di volontariato dovranno indicare ODV e le associazioni di promozione sociale APS: tutti gli acronimi si dovranno usare esplicitamente negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico.
Inoltre, l’assemblea delle associazioni, riconosciute o non, del terzo settore dovrà, necessariamente, tra le altre, avere competenza (e quindi se ne dovrà disciplinare le procedure) sulla revoca dei componenti degli organi sociali, sulla nomina e revoca del soggetto incaricato della revisione legale dei conti, se e ove nominato, sulla responsabilità dei componenti degli organi sociali e sulla possibilità di promuovere un’azione di responsabilità nei loro confronti, sulla trasformazione, fusione, o scissione della associazione.
Incerta ancora appare la norma sull’esenzione dall’imposta di registro alle modifiche statutarie apportate e da registrare.
Vengono poi introdotti numerosi adempimenti formali, inediti per questo tipo di realtà:
– dovrà essere redatto un bilancio, con criteri diversi sulla base del volume d’affari, conforme alla modulistica definita con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sentito il consiglio nazionale del terzo settore.Il bilancio dovrà essere depositato presso il Registro unico nazionale del terzo settore.
– in presenza di ricavi superiori ai centomila euro si dovranno pubblicare nel sito internet della associazione “gli eventuali emolumenti, compensi o corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti nonché agli associati”.
– dovrà essere tenuto “un apposito registro” in cui iscrivere i volontari che svolgono la loro attività in modo non occasionale.
-è obbligatoria la tenuta dei libri sociali, ovvero il libro degli associati, quello per i verbali delle assemblee, quello per le deliberazioni dell’organo di amministrazione e dell’organo di controllo.Gli associati hanno diritto di esaminare i libri sociali “secondo le modalità previste dall’atto costitutivo o dallo statuto”.

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Imprese e PA: lo Split Payment e la fatturazione elettronica

Lo split payment è il nuovo criterio di liquidazione IVA, basato sul meccanismo dei “pagamenti divisi”, che caratterizza i rapporti tra imprese private e Pubblica Amministrazione nel triennio 2015-2017.
Dal 2017 è esteso ai rapporti tra professionisti soggetti a ritenuta d’acconto e P.A. Naturalmente in Studio viene garantita l’assistenza alle imprese interessate. Qui trovate un breve guida.

ph. Justin Hamilton

Soggetti obbligati
Il D.M. del 13 luglio 2017, pubblicato nella giornata di ieri sul sito internet del Ministro dell’economia e delle finanze e in attesa di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale, stabilisce che la disciplina sullo split payment si applica alle pubbliche amministrazioni cui è destinata la disciplina sulla fatturazione elettronica obbligatoria.
Pertanto, occorre far riferimento all’elenco pubblicato sul sito dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni, senza considerare i soggetti classificati nella categoria dei “Gestori di pubblici servizi”.
Rientrano nell’ambito della scissione dei pagamenti:
• i soggetti indicati ai fini statistici nell’elenco contenuto nel comunicato dell’ISTAT che viene pubblicato entro il 30 settembre di ogni anno;
• le Autorità indipendenti;
• in ogni caso, i soggetti di cui all’art. 1, comma 2, del D.Lgs. 165/2001: le Amministrazioni dello Stato, le aziende e le Amministrazioni a ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, le Camere di commercio, eccetera, nonché, fino alla revisione organica della disciplina di settore, anche il CONI;
• le Amministrazioni autonome.
Per quanto riguarda le società controllate dal settore pubblico e le società quotate incluse nell’indice FTSE MIB viene stabilito che il Dipartimento delle finanze del MEF provvederà alla pubblicazione – entro il 15 novembre di ogni anno con effetto per l’anno successivo – dell’elenco definitivo delle società soggette allo split.
Relativamente alle società, il Dipartimento delle finanze ha reso noto di aver provveduto a revisionare gli elenchi numero 2, 3 e 4, pubblicati nei giorni scorsi, eliminando le seguenti tipologie di soggetti:
• le società per le quali non ricorre il controllo di diritto da parte di una specifica pubblica Amministrazione;
• le società controllate da quelle di cui al punto precedente;
• le società controllate, direttamente o indirettamente, da enti diversi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri, dalle Regioni, Province, città metropolitane, Comuni, unioni di Comuni;
• gli enti pubblici economici e le fondazioni, dato che non rivestono forma societaria.
È stato ancherevisionato l’elenco numero 5, relativo alle società quotate incluse nell’indice FTSE MIB.
I nuovi elenchi sono, quindi, disponibili sul sito del MEF.

Come funziona?
Occorre, innanzitutto, scindere l’operazione in due parti: nella prima, il soggetto privato (impresa) incassa l’ammontare dovuto dell’operazione al netto dell’IVA dall’ente della Pubblica Amministrazione considerato. Successivamente, l’ente di P.A. si occuperà di versare l’IVA a debito dovuta sull’operazione considerata.

Operazioni escluse
Lo split payment non si applica alle cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti delle P.A. relative ai seguenti casi:
• operazioni assoggettate a regimi speciali che non comportano l’indicazione in fattura dell’IVA;
• cessioni di beni e alle prestazioni di servizi per le quali i cessionari o committenti siano debitori d’imposta (reverse charge);
• prestazioni di servizi assoggettate a ritenuta alla fonte a titolo d’acconto.
In questi casi la norma ha fatto prevalere il meccanismo del reverse charge su quello dello split payment: qualora ricorrano le condizioni previste per l’applicazione del meccanismo di inversione contabile o reverse charge IVA, questo dovrà essere applicato in luogo dello split payment.

 

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