Indennità di malattia: è garantita se ci trasferisce all’estero?

Photo by Daniela Maria | Pexels

Un lavoratore, che per malattia è costretto a casa, può decidere di trasferirsi all’estero.
Lo può fare per molti motivi, non solo per curarsi, ma perché vuole risiedere fuori dal proprio paese. E in tempi di mobilità veloci la questione è diventata molto meno rara di quello che può sembrare.
Tuttavia, la domanda è: può mantenere all’estero l’indennità di malattia? Sì, dice l’INPS, ma solo due condizioni. Continua a leggere Indennità di malattia: è garantita se ci trasferisce all’estero?

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Italia – Svizzera: nuovo accordo su “contribuenti recalcitranti”

Un accordo per rendere operativo lo scambio di informazioni fiscali: è quello che hanno firmato il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano e l’Amministrazione Federale delle Contribuzioni Svizzera. L’accordo riguarda i “contribuenti recalcitranti”, vale a dire i soggetti italiani, la cui identità non è nota alle finanze italiane, che tra il 23 febbraio 2015 e il 31 dicembre 2016 detenevano uno o più conti in Svizzera, avevano una residenza o un domicilio in Italia in base alla documentazione in possesso della banca estera, hanno ricevuto una lettera dalla stessa con l’invito a regolarizzare le attività, pena la chiusura del conto, e non vi hanno provveduto, né con la Voluntary Disclosure, né attraverso altre forme di regolarizzazione.
Non rientrano nell’ambito delle richieste di gruppo i conti già oggetto di regolarizzazione, effettuata mediante la Voluntary Disclosure, o con lo scudo fiscale (sotto la condizione che il conto non sia più stato alimentato da nuovi apporti dopo la presentazione della dichiarazione riservata), o con la prova fornita all’intermediario finanziario estero che le attività (finanziarie e/o patrimoniali) sono state correttamente riportate del quadro RW della dichiarazione dei redditi del soggetto italiano.
L’Accordo è in vigore dal 2 Marzo 2017 e rafforza la collaborazione tra i due paesi in materia di trasparenza fiscale, a seguito dell’entrata in vigore (il 13 luglio 2016) del Protocollo di modifica della Convenzione per evitare le doppie imposizioni tra Italia e Svizzera, che ha allineato lo scambio di informazioni tra i due paesi al più recente standard dell’OCSE.
E’ evidente, dunque, che la recente riapertura dei termini della Voluntary Disclosure rappresenta l’ultima opportunità per i contribuenti italiani che intendono regolarizzare la propria posizione fiscale con riguardo alle attività detenute all’estero in violazione delle norme fiscali, in particolare:il monitoraggio da quadro RW;il versamento delle imposte patrimoniali su attività estere (IVIE e IVAFE); le imposte su redditi prodotti all’estero.

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Italiani all’estero: controlli per iscritti all’Aire

L’Agenzia delle Entrate ha recentemente emanato un provvedimento con cui ridefinisce le modalità di acquisizione dei dati di chi ha chiesto l’iscrizione all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero. Ha anche definito i criteri per i controlli delle attività finanziarie e degli investimenti patrimoniali esteri non dichiarati. Si tratta di controlli indirizzati nei confronti dei cittadini italiani che richiedano l’iscrizione all’AIRE o che l’abbiano chiesta dal 1 gennaio 2010 o che presentano “significativi elementi segnaletici” di una effettiva permanenza in Italia.
I Comuni pertanto inviano all’Agenzia delle Entrate entro i 6 mesi successivi alla richiesta di iscrizione all’AIRE i dati dei richiedenti. Lo scopo è di consentire la formazione di liste selettive per controllare le attività finanziarie o gli investimenti patrimoniali esteri non dichiarati. Gli stessi Comuni, entro i 6 mesi successivi alla richiesta di iscrizione all’AIRE, confermano al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate (in base all’ultimo domicilio fiscale) che il richiedente ha effettivamente cessato la residenza in Italia.
Da sottolineare che ai fini della formazione delle liste selettive viene tenuto conto anche della mancata presentazione dell’istanza di collaborazione volontaria, la cosiddetta “voluntary disclosure”.

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Come trattare l’IVA per l’adeguamento di macchinari per clienti esteri?

Capita che un’azienda, su richiesta dei propri clienti, realizzi specifiche attrezzature da aggiungere ai macchinari di proprietà, riuscendo a creare nuovi articoli utili a specifiche esigenze. E’il caso ad esempio di stampi particolari. Il costo per queste variazioni meccaniche comprendono la progettazione, lo studio di fattibilità, il disegno e la produzione.
Se il cliente ha sede all’estero, si ritiene corretto fatturare i relativi importi senza addebito dell’IVA, vale a dire come prestazioni di servizi “generiche” non soggette ad imposta in difetto del requisito della territorialità, ma solo nel caso in cui lo stampo o il nuovo prodotto sia ceduto restando in “prestito d’uso” presso l’operatore italiano.
In questo caso trova applicazione lo stesso trattamento previsto per le cessioni intracomunitarie o all’esportazione, a condizione che:
tra il committente e l’operatore nazionale venga stipulato un unico contratto d’appalto avente ad oggetto sia la realizzazione dello stampo sia la fornitura dei beni che con esso si producono. In via generale, per la stipula dei contratti d’appalto non è prevista alcuna forma particolare per il perfezionamento della volontà delle parti, ma in questo caso la forma scritta costituisce l’unica prova idonea;
– lo stampo, a fine lavorazione, venga inviato nello Stato (UE o extra-UE) di destinazione, a meno che, in conseguenza dell’ordinario processo di produzione o per accordi contrattuali, sia distrutto o sia divenuto ormai inservibile.
Risulta invece del tutto estranea alla fattispecie normativa l’ipotesi in cui il committente non residente, pur non avendo ricevuto lo stampo in consegna nel proprio Stato, lo affidi in uso o in custodia allo stesso appaltatore o ad altro soggetto italiano, in vista di eventuali e successivi rapporti contrattuali aventi ad oggetto la fornitura di analoghi o identici prodotti finali, mediante utilizzo degli stessi stampi.

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Lettere d’intento: nuovo modello dal 1° marzo 2017

Dal 1 marzo gli esportatori abituali dovranno utilizzare un nuovo modello di Dichiarazione d’intento. Il nuovo form non consente più l’indicazione dell’importo complessivo degli acquisti che si intendono effettuare senza applicazione dell’IVA. Ciò impone ai soggetti interessati di indicare, al momento di presentazione della lettera di intento (dunque, prima del 1° marzo 2017), l’ammontare del plafond che intendono utilizzare per ogni singolo acquisto (campo 1 del frontespizio) o, quanto meno, per ciascun fornitore (campo 2).
Vediamo in dettaglio alcuni effetti che scaturiscono dalla nuova disciplina:
– La stima del plafond da parte dell’esportatore abituale potrà essere sovrabbondante rispetto agli acquisti che si presume di porre in essere, fermo restando che, qualora si intendano effettuare acquisti per un importo superiore a quanto indicato nella lettera d’intento, basterà produrne una nuova;
– L’esportatore abituale, oltre all’abituale monitoraggio circa l’utilizzo del plafond da parte dei propri fornitori nel loro complesso, dovrà ora controllare gli importi utilizzati con riguardo ad ogni singolo fornitore;
– Per il fornitore, come indicato nella stessa risoluzione n. 120/2016, “particolare attenzione deve essere riservata alla verifica dell’importo complessivamente fatturato senza IVA”, valutando che le operazioni in regime di non imponibilità che si accinge a effettuare non eccedano quanto indicato nelle lettere d’intento ricevute, fermo restando che nessuna responsabilità può ritenersi a lui imputabile nel caso in cui accidentalmente venga superata la capienza del plafond di una delle controparti.

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