Imprese e PA: lo Split Payment e la fatturazione elettronica

Lo split payment è il nuovo criterio di liquidazione IVA, basato sul meccanismo dei “pagamenti divisi”, che caratterizza i rapporti tra imprese private e Pubblica Amministrazione nel triennio 2015-2017.
Dal 2017 è esteso ai rapporti tra professionisti soggetti a ritenuta d’acconto e P.A. Naturalmente in Studio viene garantita l’assistenza alle imprese interessate. Qui trovate un breve guida.

ph. Justin Hamilton

Soggetti obbligati
Il D.M. del 13 luglio 2017, pubblicato nella giornata di ieri sul sito internet del Ministro dell’economia e delle finanze e in attesa di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale, stabilisce che la disciplina sullo split payment si applica alle pubbliche amministrazioni cui è destinata la disciplina sulla fatturazione elettronica obbligatoria.
Pertanto, occorre far riferimento all’elenco pubblicato sul sito dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni, senza considerare i soggetti classificati nella categoria dei “Gestori di pubblici servizi”.
Rientrano nell’ambito della scissione dei pagamenti:
• i soggetti indicati ai fini statistici nell’elenco contenuto nel comunicato dell’ISTAT che viene pubblicato entro il 30 settembre di ogni anno;
• le Autorità indipendenti;
• in ogni caso, i soggetti di cui all’art. 1, comma 2, del D.Lgs. 165/2001: le Amministrazioni dello Stato, le aziende e le Amministrazioni a ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, le Camere di commercio, eccetera, nonché, fino alla revisione organica della disciplina di settore, anche il CONI;
• le Amministrazioni autonome.
Per quanto riguarda le società controllate dal settore pubblico e le società quotate incluse nell’indice FTSE MIB viene stabilito che il Dipartimento delle finanze del MEF provvederà alla pubblicazione – entro il 15 novembre di ogni anno con effetto per l’anno successivo – dell’elenco definitivo delle società soggette allo split.
Relativamente alle società, il Dipartimento delle finanze ha reso noto di aver provveduto a revisionare gli elenchi numero 2, 3 e 4, pubblicati nei giorni scorsi, eliminando le seguenti tipologie di soggetti:
• le società per le quali non ricorre il controllo di diritto da parte di una specifica pubblica Amministrazione;
• le società controllate da quelle di cui al punto precedente;
• le società controllate, direttamente o indirettamente, da enti diversi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri, dalle Regioni, Province, città metropolitane, Comuni, unioni di Comuni;
• gli enti pubblici economici e le fondazioni, dato che non rivestono forma societaria.
È stato ancherevisionato l’elenco numero 5, relativo alle società quotate incluse nell’indice FTSE MIB.
I nuovi elenchi sono, quindi, disponibili sul sito del MEF.

Come funziona?
Occorre, innanzitutto, scindere l’operazione in due parti: nella prima, il soggetto privato (impresa) incassa l’ammontare dovuto dell’operazione al netto dell’IVA dall’ente della Pubblica Amministrazione considerato. Successivamente, l’ente di P.A. si occuperà di versare l’IVA a debito dovuta sull’operazione considerata.

Operazioni escluse
Lo split payment non si applica alle cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti delle P.A. relative ai seguenti casi:
• operazioni assoggettate a regimi speciali che non comportano l’indicazione in fattura dell’IVA;
• cessioni di beni e alle prestazioni di servizi per le quali i cessionari o committenti siano debitori d’imposta (reverse charge);
• prestazioni di servizi assoggettate a ritenuta alla fonte a titolo d’acconto.
In questi casi la norma ha fatto prevalere il meccanismo del reverse charge su quello dello split payment: qualora ricorrano le condizioni previste per l’applicazione del meccanismo di inversione contabile o reverse charge IVA, questo dovrà essere applicato in luogo dello split payment.

 

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Fatture di acquisto: nuovi termini di registrazione

Tra le novità più importanti introdotte dal D.L. 50/2017 è relativa al termine di registrazione delle fatture. Come si sa, nel registro Iva degli acquisti devono essere annotate tutte le fatture di acquisto ricevute, nonché le bollette doganali riferite alle importazioni, relative a operazioni effettuate nell’esercizio di impresa, arte e professioni.


La normativa ora prevede che debbano essere annotate nel registro anteriormente alla liquidazione periodica nella quale è esercitata la detrazione della relativa imposta e comunque entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale relativa all’anno di ricezione della fattura e con riferimento al medesimo anno.
La modifica si è resa necessaria per adeguare l’adempimento dell’annotazione al mutato termine ultimo per l’esercizio del diritto alla detrazione dell’Iva assolta, che può essere esercitato al più tardi con la dichiarazione annuale Iva relativa all’anno in cui lo stesso è sorto.
Le nuove disposizioni si applicano alle fatture e alle bollette doganali emesse a decorrere dal 1° gennaio 2017. Pertanto, per le operazioni di acquisto effettuate nel 2015 e nel 2016 per le quali il diritto alla detrazione, alla data di entrata in vigore del decreto, non era ancora stato esercitato, trovano applicazione le vecchie disposizioni.
Ne deriva che il termine di detrazione/registrazione:
– per le fatture emesse nel 2016, è il 30 aprile 2019 e
– per le fatture emesse nel 2015, scade il 30 aprile 2018.
Le nuove norme hanno fatto sorgere alcuni problemi di interpretazione. Si pensi al caso in cui, in relazione a un acquisto effettuato nel dicembre 2017, la fattura sia pervenuta solo a gennaio 2018:
– il termine per la detrazione scadrebbe il 30 aprile 2018 (termine di presentazione della dichiarazione Iva del 2017), mentre
– il termine per la registrazione scadrebbe il 30 aprile 2019 (termine di presentazione della dichiarazione Iva del 2018).
Per superare l’incoerenza, ci si potrebbe appellare all’aspetto sostanziale della questione. In tal senso si dovrebbe ritenere che la detrazione sia esercitabile per tutte le fatture relative a operazioni effettuate nell’anno, ancorché il documento sia stato ricevuto l’anno successivo e comunque entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale. Questo comporta che le  fatture d’acquisto pervenute (o anche emesse dai fornitori in via differita) l’anno successivo, ai fini della detrazione dell’imposta, devono essere retro-annotate.

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Manutenzioni, aliquota IVA al 10%

I lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria realizzati su fabbricati a prevalente destinazione abitativa sono soggetti all’aliquota del 10%.
Come funziona? Come si applica?

Le prestazioni di servizi agevolabili sono quelle rese in base a un contratto d’appalto o d’opera. Sono invece escluse le prestazioni professionali e quelle rese in base a un contratto di subappalto.
Sono considerati fabbricati a prevalente destinazione abitativa:
– le unità immobiliari classate nella categoria A, con l’esclusione dell’A10, indipendentemente dall’utilizzo dell’immobile. Devono intendersi comprese anche le pertinenze dell’unità immobiliare abitativa;
– gli edifici che abbiano oltre il 50% della superficie dei piani sopra terra destinati ad abitazione privata. In tal caso l’agevolazione si estende anche alle parti comuni dell’edificio; diversamente, restano esclusi gli interventi eseguiti sulle singole unità immobiliari non abitative.
L’aliquota del 10% si applica sull’intero valore delle prestazioni di servizi comprendendovi anche i beni impiegati.
Tuttavia, laddove i beni impiegati siano significativi l’applicazione dell’aliquota ridotta trova una limitazione se il loro valore supera il 50% dell’intero corrispettivo. In particolare:
– se il valore dei beni significativi non supera il 50% del valore della prestazione, l’Iva al 10% si applica sull’intero valore della prestazione, comprensivo della fornitura dei beni;
– se il valore dei beni significativi supera il 50% del valore della prestazione, su tali beni l’aliquota del 10% si applica solo fino a concorrenza del valore della prestazione, considerato al netto del valore dei beni significativi medesimi.
Quindi, se il costo complessivo dell’intervento è di 5.000 euro, di cui 2.000 euro per la prestazione lavorativa e 3.000 euro per il bene significativo, l’Iva al 10% si applica sull’intero valore del servizio (2.000), ma, con riferimento al bene, solo su 2.000, ovvero sulla differenza tra l’importo complessivo dell’intervento e quello del bene significativo (5.000 – 3.000 = 2.000).
La limitazione si applica solo in presenza dei beni significativi “interi”; non interessa, invece, eventuali pezzi singoli o parti di ricambio.
Cosa si intende per beni significativi? Ascensori e montacarichi, infissi esterni ed interni, caldaie, videocitofoni, apparecchiature di condizionamento e riciclo dell’aria, sanitari e rubinetterie da bagno, impianti di sicurezza.
Nella fattura il prestatore deve indicare:
– il corrispettivo complessivo dell’operazione, comprensivo del valore dei beni significativi
– in maniera separata, il valore dei beni significativi.

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Detrazione IVA abbreviata: gli svantaggi per le imprese

Dallo scorso 24 aprile, quando è entrata in vigore la cosiddetta Manovra correttiva di bilancio, il diritto alla detrazione Iva si può esercitare al più tardi entro la dichiarazione relativa all’anno in cui il diritto in questione è sorto.


In altre parole questo significa che il periodo utile per il recupero dell’Iva è stato ridotto di ben due anni. Peraltro, non è stata prevista alcuna disposizione transitoria per le operazioni effettuate lo scorso anno, con la conseguenza che l’Iva degli acquisti 2016 non detratta entro il 28 febbraio 2017 – termine di presentazione della dichiarazione Iva 2017 –, o comunque entro l’entrata in vigore della Manovra correttiva, finirebbe per essere considerata perduta.
L’intervento dunque crea non pochi dubbi e sono attese modifiche già in sede di conversione del decreto. Per di più potrebbe anche condizionare la scelta di convenienza del regime per cassa che anche il nostro Studio sta seguendo con attenzione per i propri clienti.
Il riferimento infatti è ai soggetti che, ai fini contabili, hanno scelto di utilizzare i registri Iva anche ai fini dell’Irpef, “liberandosi” dell’obbligo di annotarvi gli incassi e pagamenti. Per queste imprese opera una presunzione assoluta secondo cui:
– i costi si considerano pagati – quindi deducibili – al momento della registrazione del documento contabile;
– i ricavi si considerano incassati – quindi imponibili – al momento della registrazione delle fatture di vendita.
In entrambi i casi, ai fini della concorrenza del componente al reddito, non rileva il momento in cui si verifica l’effettivo movimento finanziario.
Se prima della modifica del termine per la detrazione dell’Iva l’impresa godeva di un’ampia discrezione sotto il profilo temporale nell’imputazione dei costi, oggi non è più così.
Ad esempio, un’impresa in regime per cassa che ha optato per tenere i soli registri Iva anche ai fini del calcolo del reddito Irpef e acquista un bene nel 2017 puntualmente fatturato, può sì decidere di rimandare la deduzione del costo ma al massimo al prossimo anno, dovendo registrare la fattura di acquisto, al più tardi, entro il 30 aprile 2018 (termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale relativa al 2017) per non perdere il diritto a detrarsi l’Iva pagata al fornitore.

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Immobili in comodato: si può chiedere il rimborso Iva sui lavori?

E’ possibile chiedere il rimborso dell’Iva assolta sulle spese di miglioramento, trasformazione e ampliamento di un immobile di proprietà altrui, detenuto in comodato?


L’amministrazione finanziaria ha più volte ribadito di no, perché vale sempre la condizione che siano beni, acquisiti o importati, ammortizzabili.
Secondo l’Agenzia delle entrate gli immobili concessi in uso o in comodato, non essendo ammortizzabili, non rientrano nella fattispecie. Le opere eseguite, infatti, non sono di proprietà del soggetto che le ha realizzate, giacché in base ai princìpi civilistici accedono ad un immobile di proprietà altrui. Di conseguenza, tali opere non possono essere iscritte nel bilancio come beni ammortizzabili propri del soggetto che le ha effettuate.
Giudizio ribadito dalla Corte Costituzionale secondo cui il rimborso si riferisce a beni strumentali e ammortizzabili: devono dunque ricorrere entrambe le condizioni «poiché un bene può essere strumentale senza essere ammortizzabile (è il caso del terreno rispetto all’opificio) e, viceversa può essere ammortizzabile pur non essendo strumentale (è il caso dei fabbricati civili posseduti dall’impresa)».
Discorso diverso per la detrazione. E’ detraibile infatti l’imposta assolta per i beni e servizi acquistati nell’esercizio dell’impresa, se utilizzati per realizzare operazioni imponibili o ad esse assimilate ai fini della detrazione. Questo funziona a prescindere dall’ammortizzabilità del bene, perché ha rilevanza la sola destinazione potenziale impressa al bene stesso, da valutare in prospettiva, di modo che la stessa rimane “sospesa” fino a quando si verifica la destinazione effettiva del bene all’interno o meno della sfera giuridica dell’operatore.

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