Definizione agevolata: nuovi chiarimenti dell’Agenzia delle entrate

Per sbloccare la quantità di contenziosi tributari fermi in Agenzia delle Entrate, si può accedere alla cosiddetta “definizione agevolata”. Di che si tratta? E cosa pagare per chiudere la controversia?


E’ un procedimento che si attiva con apposita domanda del soggetto interessato, per controversie il cui ricorso sia stato notificato entro il 24 aprile 2017 e pendenti in qualunque grado di giudizio, anche quello in Cassazione.
Si tratta di controversie che possono essere definite con il pagamento di tutti gli importi di cui all’atto impugnato che hanno formato oggetto di contestazione in primo grado e degli interessi da ritardata iscrizione a ruolo, calcolati fino al 60° giorno successivo alla notifica dell’atto, esclusi gli interessi di mora e le sanzioni collegate al tributo.
L’agenzia delle entrate ha inoltre chiarito qualche giorno fa cosa si intenda per “scomputo delle sanzioni dagli importi dovuti, qualora fossero state già versate per effetto della riscossione in pendenza di giudizio”, su cui erano sorti conflitti di interpretazione.
L’Agenzia ha deciso infatti che dagli importi dovuti possono essere scomputati “tutti quelli già pagati” a titolo provvisorio per tributi, sanzioni amministrative, interessi ed indennità di mora che spettano all’Agenzia delle Entrate, sempre che siano ancora in contestazione nella lite che si intende definire, esclusi solo gli importi di spettanza dell’Agente della riscossione.
Inoltre, se le somme già versate in pendenza di giudizio o dovute per la definizione dei carichi pendenti risultano maggiori o uguali all’importo dovuto per la definizione della lite, per completare l’iter non occorrerà effettuare alcun versamento, fermo restando l’obbligo di presentare la domanda di definizione entro il termine del 2 ottobre 2017.
In ogni caso, qualora le somme già versate in pendenza di giudizio siano di ammontare superiore rispetto all’importo dovuto per la definizione della lite, non spetta il rimborso della differenza, che resta sempre escluso.

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Affitto d’azienda e rischio di essere una società di comodo

Una società che sottoscriva un contratto con cui consegna ad altro soggetto l’unica azienda in affitto e per un canone eccessivamente basso potrebbe essere considerata una società di comodo cui verrebbe applicata la disciplina delle società non operative.


Così si è espressa di recente la Corte di Cassazione, che ha sottolineato come per non essere considerata di comodo, la società debba dimostrare un canone ragionevole. Cosa significa?
Nel caso affrontato dalla Cassazione, significa che il canone è stato ritenuto particolarmente incongruo a fronte della “plateale antieconomicità” delle spese di ristrutturazione sostenute per la struttura alberghiera oggetto di affitto. Dunque, se il canone fosse stato equo in relazione al complessivo investimento, la società non sarebbe risultata di comodo, indipendentemente dal conseguimento o meno dei ricavi minimi.
La sentenza osserva che la disciplina di non operatività è un elemento sintomatico della natura di non operatività della società, spettando, poi, al contribuente fornire la prova contraria e l’esistenza di situazioni oggettive e straordinarie, specifiche ed indipendenti dalla sua volontà, che abbiano impedito il raggiungimento della soglia di operatività e di reddito minimo presunto.
Le società dunque devono valutare bene quando sono di fronte a una simile eventualità. Per comprenderlo ancora meglio basti sottolineare che la Cassazione ha ripreso la nozione di “impossibilità” già richiamata in precedenti sentenze, nozione che va intesa non in termini assoluti quanto piuttosto in termini economici, da riferirsi alle effettive condizioni del mercato. Quindi, se il mercato offre un canone di locazione per un immobile del tutto inadeguato rispetto alla potenziale redditività dell’immobile, l’immobiliare potrebbe decidere di non locarlo: questa non sarebbe qualificabile come sua scelta ma piuttosto come una causa di forza maggiore imposta dal mercato.

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Sponsorizzare lo sport, sempre deducibile


Le sponsorizzazioni in favore di società o associazioni sportive dilettantistiche fino a 200.000 euro sono considerate spese pubblicitarie sempre deducibili.
Lo ha riaffermato anche una recente sentenza della Corte di Cassazione che ha tolto una serie di condizioni fino ad oggi poste dall’Agenzia delle Entrate.
Pertanto, la norma è confermata interamente se ricorrono i presupposti previsti, ovvero se:
– il soggetto sponsorizzato è una associazione o società sportiva dilettantistica regolarmente iscritta al registro Coni;
– è rispettato il limite quantitativo di spesa di euro 200.000 complessivo da parte dello sponsor,
– la sponsorizzazione mira a promuovere l’immagine e i prodotti dello sponsor,
– il soggetto sponsorizzato ha effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale (es. apposizione del marchio sulle divise, esibizione di striscioni e/o tabelloni sui campi di gioco).

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Apporto da terzi e atti simulati in mancanza di reddito: no al redditometro

Una serie di sentenze della Corte di Cassazione è intervenuta in merito al redditometro e al suo utilizzo di fronte a un reddito inesistente o ridotto.
La questione su cui si è espressa la Corte è il dubbio che le manifestazioni di spesa del contribuente (su cui poggia il redditometro) possano o meno giustificare apporti di capitale in una società.
La Corte si è appellata all’art.53 della Costituzione, sulla giusta tassazione del reddito reale, concludendo che le due cose possano coesistere. Questo varrebbe sia per l’intestazione di un immobile sia di fronte a casi di cosiddetto “simulato acquisto” di un bene: entrambe le situazioni non devono necessariamente o automaticamente far presumere il possesso di un reddito. L’importante, secondo i giudici, è la necessità di indagare sempre la sostanza dell’operazione e pertanto se la stessa è realmente accaduta e in caso positivo in forza di quali risorse economiche.
Sono frequenti infatti i casi di immobili acquistati da terzi soggetti, ad esempio dai genitori che provvedono anche ai relativi pagamenti rateali (si pensi ai mutui, piuttosto che agli acquisti mediante leasing). Al Fisco, hanno ribadito i giudici, resta solo da verificare che realmente il soggetto terzo sia “affidabile”, ossia sia in grado di sostenere l’esborso finanziario e allo stesso tempo abbia risorse legittime e frutto di redditi tassati o di risparmi legittimamente accumulati nel tempo.
Nel caso di atti simulati simulati (ad esempio falsi titoli mai emessi e successivo conferimento di capitale) possono finire giudicati in altre sedi giudiziarie ma non giustificati fiscalmente con l’uso del redditometro.
Ai fini fiscali infatti, secondo la Corte, rivela solo un fatto: l’atto è finto e anche la movimentazione di denaro sottostante non è mai avvenuta. Ma proprio l’assenza di qualsiasi esborso impedisce un accertamento redditometrico, mancando il presupposto fondamentale della reale spesa sostenuta.

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Fatture con descrizioni generiche: costi indeducibili e IVA indetraibile

Può capitare di emettere o di ricevere fatture con la descrizione generica della prestazione. Tuttavia le conseguenze potrebbero essere amare:  i costi diventano indeducibili ai fini delle imposte dirette e l’IVA indetraibile con possibile multa da euro 1.000 a euro 8.000.
Perché? Per quanto riguarda le imposte sui redditi vale la regola per cui il costo, per poter essere dedotto, deve non solo essere esistente ma anche inerente: secondo la Corte di Cassazione deve quindi trattarsi di una «spesa che si riferisce ad attività da cui derivano ricavi o proventi che concorrono a formare il reddito di impresa».
La stessa Corte ha anche stabilito che a provare quella inerenza sia il contribuente stesso. Quest’ultimo, oltre a fornire tutta la documentazione per giustificare il costo, dovrà anche dimostrare – sono sempre parole della Cassazione – «la coerenza economica dei costi sostenuti nell’attività d’impresa, ove sia contestata dall’Amministrazione finanziaria anche la congruità dei dati relativi a costi e ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni».
Per l’IVA la legge è chiara fin dal principio: in fattura devono essere esplicitate «natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione»
Dunque, se la descrizione generica è evidente che non consente d’identificare l’oggetto della prestazione, né rispetta prinicipi di trasparenza e conoscibilità, necessari alla amministrazione finanziaria per le attività di ispezione e controllo. Da qui la sanzione. Dunque: fate attenzione.

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